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Cinema

High Score, la recensione: Netflix e il mondo dei videogames

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Da Space Invaders a Doom, un viaggio con Netflix nella storia dei videogiochi.

High Score è il più recente prodotto che dimostra come Netflix e i videogiochi siano due mondi sempre più vicini: dall’uscita di Black MirrorBandersnatch alla partecipazione del colosso dello streaming nell’E3 2019,  la casa di Los Gatos ormai si è buttata nel mondo del gaming puntando dritta ai videogiocatori.

Con questa docuserie di sei episodi scritta da France Costrel, il colosso dello streaming cerca di raccontarci alcuni punti salienti della storia dell’ industria videoludica, mostrandone l’evoluzione dal 1978 al 1993.

High Score: una storia che inizia in sala giochi

La serie si apre in Giappone, a Tokyo, dove entro pochi istanti verrà presentato il primo protagonista di High Score: Toshihiro Nishikado, il volto dietro Space Invaders.

Capiamo subito che High Score non punta a diventare un’enciclopedia del videogioco, altrimenti sarebbe certamente partita da Tennis For Two o Space War; si configura invece come un compendio di interessanti curiosità e interviste legate a passaggi e personalità fondamentali per la storia di questo medium.

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Un frame della sigla iniziale

Ogni episodio è dedicato ad un tema specifico: il primo si focalizza sulla nascita dell’industria e sul primo boom dei giochi arcade, arrivando al successo della console casalinga Atari 2600.

Seguiranno:

  • una puntata dedicata alla crisi di Atari segnata da ET e alla ripresa del mercato dovuta a Nintendo,
  • una alla nascita dei GDR,
  • un’altra alla rivalità fra la casa di Kyoto e Sega,
  • una sui picchiaduro,
  • ed un’ultima sulle prime controversie legate ai giochi violenti e sulla nascita della grafica 3D, con due interessanti approfondimenti su Doom e sul chip FX.

Mancano però capitoli importanti: per esempio, non si accenna nemmeno al Commodore 64, ma in questi brevi sei episodi, High Score riassume alla perfezione quello che era lo spirito del videogioco in quella specifica era.

Lo stile della docuhighserie

High Score si sviluppa con uno stile molto scolastico e narrativo: segue in ogni episodio la stessa grammatica di base, portando avanti due storie contemporaneamente per poi riallacciarle alla fine, anticipando il contenuto della puntata successiva.

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Una scena dell’episodio 6

Sul piano visivo però questa serie si caratterizza in modo più personale, alternando normali riprese a video di repertorio e ad animazioni in stile pixel art, talvolta persino sovrapposte alle scene filmate (come accadeva in Hi-Score Girl).

L’intento è quello di alleggerire la visione di un prodotto che vuole essere più d’intrattenimento che didattico, e l’effetto è esattamente quello desiderato: le scene animate, spesso goliardiche, la rendono godibile anche per chi non è particolarmente interessato al tema di un episodio.

Il comparto tecnico del documentario è sicuramente valido e conta di una buona fotografia, di ottime colonne sonore e, nell’adattamento italiano, di eccellenti doppiatori. Anche nella versione originale spiccano personalità importanti: ad esempio, la voce narrante è quella di Charles Martinet, il doppiatore storico di Mario.

Le interviste

Le interviste sono la parte più importante di High Score. Come già detto, questa docuserie racconta solo alcuni dei passaggi più salienti della storia del videogioco, fatti che sono per lo più noti a qualunque appassionato, serviva quindi che l’autrice France Costrel trovasse una soluzione per incollare allo schermo anche i giocatori più colti, ed è proprio qui che entrano in gioco le interviste.

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Nishikado mostra uno dei giochi presenti in sala prima dell’avvento dei cabinati

La scelta delle personalità da coinvolgere non è stata banale: non sono stati selezionati unicamente i soliti volti celebri, bensì si è arrivati a rintracciare individui inaspettati. Sono state sentite persone celebri come John Kirby, l’avvocato (purtroppo defunto nel 2019) che salvò Nintendo da una causa con Universal Studios ed a cui fu dedicato il nome del personaggio omonimo, ma anche individui dall’immagine più marginale, come i figli di Jerry Lawson, inventore della prima console a cartucce, la Channel F.

Queste interviste non si traducono in semplici sequenze di domande e risposte, né in noiosi e marginali dettagli tecnici. La vera forza di High Score sta nella dimensione estremamente personale e biografica degli interventi degli intervistati, i quali hanno messo a nudo il loro lato umano più che quello professionale. Sebbene queste storie spesso sembrino troppo romanzate, restano un’introspezione significativa dentro gli animi di personaggi eccezionali.

Conclusioni: una serie da guardare

Se sei cresciuto nelle sale giochi degli anni ’80 e ’90, se sei un giovane appassionato che si diverte a scavare nell’archeologia del retrogaming o se sei semplicemente qualcuno di curioso verso il mondo dei videogiochi di quell’era, High Score fa per te.

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La serie è leggera, interessante, divertente e nostalgica. L’amore dell’autrice verso il mondo videoludico è evidente in ogni scena, sebbene lo spazio in cui ha dovuto condensarlo si è rivelato insufficiente.

Non è facile riassumere l’intera storia di un’industria in sole sette ore, pertanto ci sono alcune mancanze anche importanti ed una seconda stagione è quasi necessaria, tuttavia il risultato finale è più che soddisfacente e merita di essere visto.

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Nerd incallito e nintendaro fino al midollo, sono niente di più che un tizio capace di mettere in fila due parole. Scrivo per urlare al mondo le mie passioni

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