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Everywhere At The End Of Time: storia di 6 album

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Dramma, angoscia, tristezza e paura: questa è la storia di Everywhere At The End of Time.

Everywhere At The End of Time è molto più che un album suddiviso in sei parti. È un’esperienza, una brutale e schietta riproduzione artistica di una realtà raramente affrontata dalla società odierna, ma sempre più presente in un mondo che ha iniziato ad invecchiare.

Osservate gli oggetti nella vostra stanza: ciascuno di loro è collegato ad un ricordo, ad una parte della vostra vita. E ogni piccolo ricordo della vostra vita, intrecciato con gli altri, forma la trama di quello che siete oggi, di cosa siete diventati nel tempo, della vostra identità, insomma.

Immaginate un giorno di perdere tutto questo: la memoria si stira, si distorce, si fonde con altre percezioni fino a non rendere riconoscibile più nulla. Non sapete più chi siete, smettete anche di ricordarvi cosa è necessario ricordare.

Everywhere At The End Of Time

Leyland James Kirby, fondatore del progetto The Caretaker.

Questa è l’esperienza che l’artista britannico Leyland James Kirby, fondatore del progetto musicale e pluriartistico The Caretaker, ha voluto riprodurre con il suo ultimo album, intitolato appunto Everywhere At The End Of Time, portato a termine dopo ben tre anni di produzione.

Il concept dietro Everywhere At The End Of Time

Everywhere At The End Of Time è un lungo concept album dai toni dark ambient / drone, incentrato interamente sulla lenta e agonizzante discesa verso l’oblio della demenza senile e diviso in sei parti, corrispondenti ai sei stadi clinici della malattia.

Ogni parte propone dei sample di canzoni americane anni Trenta – primi tra tutti, Al Bowlly e Layton & Johnston – e riproduce in un crescendo drammatico (ma allo stesso tempo naturale) il modo in cui il cervello di un paziente affetto da demenza prova a riportare alla memoria i motivi delle canzoni che hanno segnato la sua gioventù.

Everywhere At The End Of Time

L’immagine della prima parte dell’album.

Nello stadio iniziale, in cui secondo la descrizione dello stesso Leyland “we experience the first signs of memory loss(ndr, “percepiamo i primi segni della perdita di memoria”), le musiche si fanno via via sempre più distorte, confuse e frammentate fino a diventare irriconoscibili, quasi un rumore bianco alternato a voci indistinte, privo di coerenza o melodia.

Giunti alla sesta parte finale, ci si trova alla base della spirale, lì dove il silenzio tombale, per quanto avvilente, dà conforto all’ascoltatore, una sorta di quiete dopo la tempesta o di pace funebre dopo una lunga ed estenuante battaglia.

Le copertine

A ciascuna delle sei parti musicali, in Everywhere At The End Of Time sono associati degli artwork realizzati dall’artista inglese Ivan Seal, dove le immagini rappresentate richiamano ancora una volta il tema della demenza senile.

Ad un primo approccio le composizioni astratte sulle copertine sembrerebbero associate a oggetti facilmente riconoscibili (come le pagine di un libro, un vaso, dei fiori, il volto di una figura femminile), ma prestando attenzione in realtà, non si riconosce alcun oggetto preciso.

Proprio come negli stadi finali della malattia, tutto ha un non so che di vagamente familiare, ma riuscire a dare un nome con assoluta certezza a ciò che si sta guardando risulta quasi impossibile.

Questo tema non è affatto nuovo: già nell’aprile del 2019 sul subreddit r/interestingasfuck  l’utente u/mcsabas aveva postato un’immagine che simula nello spettatore l’esperienza di un ictus. Anche qui, in effetti, benché tutto risulti familiare e vicino, è impossibile identificare alcunché di preciso.

Everywhere At The End Of Time

L’immagine che simula la visione di un individuo che sta avendo un ictus cerebrale: nulla di ciò che si vede è effettivamente riconoscibile.

L’immagine, realizzata con un software che sfrutta un database di foto attraverso l’intelligenza artificiale, ha fatto in poco tempo il giro del web: in molti commenti dei redditor emerge una forte sensazione di disagio nell’osservare la foto.

La reazione del web

Ad un anno dall’uscita di Everywhere At The End Of Time, l’ultima produzione di The Caretaker ha riscossomolto successo sui social:  ad esempio, nella subcultura dei forum e dei social network, tramite Youtube, passando per TikTok e Reddit fino a raggiungere 4chan. I memes scaturiti dalle reazioni che il progetto ha suscitato, sono numerosi, così come tante sono le riflessioni e le esperienze condivise di chi ha deciso di addentrarsi in questo lunghissimo ascolto.

La migliore rivisitazione del concept prodotta dalla community di Youtube è probabilmente l’associazione di queste fasi sonore ai celebri dipinti di William Utermohlen, l’artista britannico che, dopo essergli stata diagnosticata la malattia di Alzheimer, decise di autoritrarsi per sei volte (tante quante le diverse parti dell’album), dimostrando come le capacità di riprodurre il proprio volto andassero gradualmente peggiorando.

Un’esperienza audiovisiva potente, in grado di cambiare davvero la visione della propria vita e di mettere in dubbio l’implicita certezza che le nostre memorie ci accompagneranno per sempre.

Everywhere At The End Of Time

I sei autoritratti che l’artista Uthermolhen fece tra il 1967 e il 2000, dal secondo in poi si osserva il graduale decadimento delle sue facoltà mentali causato dalla malattia.

Ma non è soltanto la lunghezza e l’apparente ripetitività delle canzoni che rende difficile l’ascolto di Everywhere At The End Of Time. Infatti, a coloro i quali hanno (o hanno avuto) persone care affette da malattie come l’Alzheimer, il senso di oppressione, sconfitta e sconforto è assicurato: “A losing battle is raging” (ndr, “infuria una battaglia già persa”) recita il titolo del primo pezzo della seconda parte.

E’ incredibile constatare come un’opera così lunga e concettualmente complessa sia riuscita a raccogliere tanti entusiastici consensi in un mondo caratterizzato da soglie dell’attenzione sempre più basse e da video sempre più brevi (ndr, d’altronde il successo desta meraviglia soprattutto se si considera che sono posti al centro dell’opera i problemi della senilità, lontani dalla cultura Internet, per antonomasia appannaggio delle nuove generazioni).

Se non doveste riuscire ad ascoltare l’album per intero, è possibile comunque provare la versione ridotta in 7 minuti realizzata da un utente su Youtube, dedicato a chi “ha voglia di soffrire ma non ha tempo“, come si legge in un commento al video.

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