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Il Regista Nudo recensione: storia del porno giapponese

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il regista nudo

C’è una nuova serie presente sulla piattaforma Netflix dall’8 agosto. Inutile girarci intorno: questa serie parla del celebre regista Toru Muranishi. Ebbene sì: un regista di film porno, ma che rivoluzionò il settore per sempre. Ecco a voi la nostra recensione de Il Regista Nudo. 

Fun fact: il buon Toru Muranishi è tuttt’ora vivo e vegeto, felicemente 70enne. 

Giappone, 1980

Questa l’ambientazione della serie: ci troviamo infatti in uno dei contesti storici in cui la censura regnava sovrana, e questo anche e soprattutto per il porno. Ve li immaginate giornaletti sconci ma i cui genitali sono accuratamente anneriti da pennarelli indelebili? Oppure immaginate di godervi un buon video, censurato da pixel e tondini, in cui in realtà l’atto in sé non viene neanche lontanamente interpretato ma solo mimato?

Esatto: l’erotismo nipponico si fondava esclusivamente sull’immaginazione. E questo concetto era sempre più stretto per un giovane Muranishi (interpretato magistralmente da Takayuki Yamada), avvicinatosi all’industria erotica dapprima per bisogno, poi per spiccata passione. 

Fin da subito infatti, anche solo partendo da quei giornaletti, Muranishi capisce di dover fare qualcosa per il mondo pornografico, mostrando il vero lato delle persone, anche solo attraverso la ripresa di peni e vagine felici di accoppiarsi senza privacy.

Perché l’apparato riproduttivo dovrebbe essere un tabù? Perché mostrare il vero piacere alle persone che cercano a loro volta piacere dovrebbe far scandalo? Le motivazioni di Muranishi sono tutt’altro che dettate dal solo aspetto economico, la sua vuole essere una rivoluzione.

Una commedia? Non proprio

E’ davvero difficile inquadrare la serie in un unico genere: potremmo allora parlare di una commedia drammatica semi-biografica, ma anche questa definizione ossimorica non gli renderebbe giustizia.

Abbiamo infatti l’alternanza di scene squisitamente spinte e ben realizzate (non a caso, Netflix lo gradua come 18+) a momenti di vero e sentito dramma, un espediente che riesce molto bene a catapultarci in quel mondo tutt’ora vittima di pregiudizi e abusi. Sentiamo sì l’aria del secolo scorso, ma tantissime problematiche affrontate sono più che mai attualissime.

Il Regista Nudo ci guida per mano nella vita di un artista: travagliata, drammatica, ironica e perfino d’azione. Un regista che decide di mettersi a nudo per il pubblico certo, ma non solo.

Una morale femminista

Degna di nota è infatti la figura di Megumi Sahara aka Kaoru Kuroki (interpretata da Misato Morita). La ragazza proviene da una famiglia che ha sempre cercato di reprimerla, mentre in lei matura il desiderio di libertà, sessuale e non. 

Megumi vuole entrare nei film porno per poter essere se stessa appieno, con tutte le proprie perversioni e pulsioni. Acme della sua espressione di libertà assoluta è la scelta di non radersi i peli delle ascelle: gesto seguito da tantissime nostre femministe contemporanee certo, ma vederlo in Giappone (e negli anni 80) di certo suona molto più rivoluzionario.

Kaoru non è solo un’attrice pornografica, bensì diventa una vera e propria icona televisiva: fiera della propria professione, ne parla liberamente, spronando il popolo nipponico a fare altrettanto. Basta pregiudizi che vedono le attrici hard come carne da macello. 

Quasi perfino un po’ anime

Viene pressocché spontaneo collegare la pornografia nipponica alla sua versione animata nota come hentai. Ed in effetti, durante la serie, non mancano numerose allusioni al genere, perlopiù ancora poco maturo ma non per questo meno importante.

Inoltre, la caratterizzazione di alcuni personaggi (e ve ne renderete facilmente conto se siete appassionati dell’animazione giappo) sembra fortemente influenzata dal mondo anime. Dovrebbe essere un difetto? Assolutamente no. Anzi questa scelta sembra essere la più azzeccata proprio per smorzare i toni, e trovare proprio quell’ironia citata prima.

Seconda stagione?

La serie, ideata da Masaharu Take e basata sul romanzo Zenra Kantoku Muranishi Toru Den di Nobuhiro Motohashisi sviluppa in otto episodi, dalla durata di circa un’ora ciascuno. La storia scorre molto fluida, e risulta davvero facile spolparla in una giornata (cosa fatta testualmente dalla sottoscritta).

In merito al finale, senza cadere negli spoiler, la serie potrebbe tranquillamente concludersi nell’ottavo episodio: eppure, al contempo, un prodotto così ben riuscito sprona la voglia di vederne il continuo in un rinnovo.

Netflix e la produzione non si sono ancora espresse in merito, ma la dicitura Stagione 1 presente sulla piattaforma potrebbe far ben sperare.

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Scrittrice free lance, ammette senza alcun problema di essere appassionata di erotismo, in tutte le sue forme, sfumature e colori. Fate l'amore non fate la guerra, diceva qualcuno. Ebbene, non è poi così male come idea, dopotutto.

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